Ansia anticipatoria: perché la paura del futuro alimenta l’ansia

Ansia anticipatoria: quando il tentativo di controllare il futuro alimenta la paura “E se mi sentissi male proprio domani?” “E se durante la riunione mi venisse un attacco di panico?” “E se non riuscissi a gestire quello che potrebbe succedere?” Queste domande sono molto comuni nelle persone che soffrono di ansia anticipatoria. Il problema, però, non è il futuro. È il rapporto che, poco alla volta, si costruisce con il futuro. Chi soffre di ansia anticipatoria finisce infatti per vivere ogni evento due volte: una nella realtà e decine di volte nella propria mente, immaginando tutto ciò che potrebbe andare storto. All’inizio questo processo sembra avere una funzione protettiva. La persona pensa: “Se prevedo ogni possibile problema, saprò affrontarlo.” È un ragionamento comprensibile. Eppure, nella pratica, accade spesso il contrario. Più la mente cerca di prevedere ogni rischio, più aumenta la sensazione che i pericoli siano ovunque. Secondo la Psicoterapia Breve Strategica, il problema non è soltanto la paura di ciò che potrebbe accadere, ma soprattutto i tentativi messi in atto per impedirlo. Ed è proprio qui che nasce il circolo vizioso. Che cos’è l’ansia anticipatoria? L’ansia anticipatoria è una forma di ansia caratterizzata dalla costante preoccupazione per eventi futuri percepiti come potenzialmente pericolosi o difficili da affrontare. Può riguardare moltissime situazioni: affrontare un esame; sostenere un colloquio di lavoro; parlare in pubblico; partire per un viaggio; entrare in un centro commerciale; guidare in autostrada; partecipare a una cena; avere paura che si ripresenti un attacco di panico. Una certa capacità di prevedere il futuro è normale e utile. Ci permette di organizzarci, prepararci e prendere decisioni. L’ansia anticipatoria nasce quando la previsione smette di essere uno strumento e diventa una necessità continua. La persona sente di dover immaginare ogni possibile scenario negativo prima di sentirsi al sicuro. Il grande paradosso: più cerchi di prevenire la paura, più la alimenti Uno dei principi fondamentali della Psicoterapia Breve Strategica riguarda il rapporto tra controllo e paura. Quando qualcosa ci spaventa, la reazione spontanea è cercare di controllarlo. Nel caso dell’ansia anticipatoria, questo controllo assume molte forme. La persona inizia a: immaginare continuamente cosa potrebbe accadere; preparare mentalmente ogni possibile risposta; ripassare infinite volte ciò che dovrà fare; analizzare ogni dettaglio; cercare di eliminare qualsiasi imprevisto. Il ragionamento sembra perfettamente logico: “Se sarò preparato a tutto, non avrò paura.” Ma il cervello impara un’altra lezione. Ogni volta che dedichiamo ore a prevedere un pericolo, gli comunichiamo implicitamente che quel pericolo è davvero importante. Così il sistema di allarme rimane costantemente attivo. La persona si sente sempre più vigile. Sempre più tesa. Sempre più pronta a individuare nuovi rischi. È così che il tentativo di controllare il futuro finisce per renderlo sempre più minaccioso. Quando il presente scompare Con il tempo, la mente smette quasi di vivere il presente. Ogni esperienza viene filtrata attraverso una domanda: “E se succedesse qualcosa?” Prima di uscire di casa si immagina cosa potrebbe andare male. Durante una riunione si pensa già a come affrontare un eventuale attacco di panico. Prima di partire si costruiscono decine di scenari alternativi. La giornata non viene più vissuta per ciò che accade realmente. Viene vissuta per ciò che potrebbe accadere. Il futuro invade il presente. Ed è proprio questo continuo allenamento mentale alla previsione che mantiene viva l’ansia. L’ansia anticipatoria negli attacchi di panico L’ansia anticipatoria rappresenta uno dei principali meccanismi di mantenimento del disturbo di panico. Molte persone raccontano che il primo attacco di panico è stato improvviso. Il secondo, invece, arriva dopo settimane o mesi trascorsi ad aspettarlo. Dopo il primo episodio iniziano pensieri come: “E se mi ricapitasse?” “E se succedesse mentre sono in macchina?” “E se fossi da solo?” “E se nessuno potesse aiutarmi?” Da quel momento la persona comincia a osservare continuamente il proprio corpo. Controlla il battito cardiaco. Il respiro. Le vertigini. La tensione muscolare. Ogni minima variazione viene interpretata come il possibile inizio di un nuovo attacco. Così il sistema di allarme rimane sempre acceso. Ed è proprio questa continua sorveglianza a rendere il corpo sempre più sensibile alle normali variazioni fisiologiche. Come scrive Giorgio Nardone, spesso non è più l’attacco di panico a dominare la vita della persona. È la paura della paura. Le tentate soluzioni che mantengono l’ansia Uno dei contributi più importanti della Terapia Breve Strategica è il concetto di tentata soluzione. Molto spesso il problema non continua a esistere per la causa che lo ha fatto nascere. Continua perché la persona persevera in strategie che sembrano protettive ma che, in realtà, finiscono per alimentarlo. Nel caso dell’ansia anticipatoria, le tentate soluzioni più frequenti sono: cercare continuamente rassicurazioni; prepararsi in modo eccessivo; immaginare ogni possibile scenario negativo; controllare costantemente il proprio corpo; rimandare decisioni finché non ci si sente completamente sicuri; evitare le situazioni percepite come rischiose; cercare continuamente informazioni su Internet; ripensare senza sosta a ciò che potrebbe succedere. Ognuna di queste strategie produce un sollievo temporaneo. Ed è proprio questo sollievo immediato a renderla così difficile da abbandonare. Rimuginare non significa risolvere Chi soffre di ansia anticipatoria è spesso convinto che continuare a pensare al problema serva a trovare una soluzione. Così la mente entra in una sorta di riunione permanente. “E se succedesse questo?” “Allora potrei fare così…” “Sì, ma se poi andasse diversamente?” “E se non bastasse?” Ogni risposta genera una nuova domanda. Ogni possibile soluzione apre nuovi scenari. Il risultato è che il pensiero gira continuamente su sé stesso senza arrivare a una conclusione. Secondo la Psicoterapia Breve Strategica, questo continuo ragionare rappresenta una delle principali tentate soluzioni che mantengono il problema. La persona cerca di ridurre l’incertezza attraverso il pensiero. Ma il pensiero, invece di ridurre il dubbio, lo moltiplica. Più cerca certezze. Più scopre nuove possibilità da controllare. Perché cercare rassicurazioni non risolve il problema Un’altra strategia molto frequente consiste nel chiedere conferme. “Secondo te andrà bene?” “È normale quello che sento?” “Tu cosa faresti?” La rassicurazione produce quasi sempre un effetto immediato. L’ansia diminuisce. La persona si sente meglio. Ma il sollievo dura poco. Dopo qualche ora
Attacchi di panico: perché arrivano proprio quando cerchi di evitarli

Attacchi di panico: quando il vero problema diventa la paura di averne un altro “È successo all’improvviso. Ero al supermercato. Ho sentito il cuore accelerare, mi mancava l’aria, le gambe tremavano. Ho pensato: “Sto per morire”.” Chi ha vissuto un attacco di panico difficilmente dimentica quella sensazione. L’esperienza è così intensa da lasciare un segno profondo. Molte persone descrivono il primo episodio come uno degli eventi più spaventosi della propria vita. Eppure, nella maggior parte dei casi, il problema più grande non è il primo attacco. È ciò che succede dopo. Da quel momento, infatti, molte persone iniziano a vivere aspettando il successivo. Ed è proprio questa attesa a trasformarsi nella vera prigione. Che cos’è un attacco di panico? Un attacco di panico è un episodio improvviso di intensa paura accompagnato da sintomi fisici molto intensi. Tra i più frequenti troviamo: tachicardia; sensazione di mancanza d’aria; oppressione al petto; vertigini; tremori; sudorazione; nausea; sensazione di svenire; paura di perdere il controllo; paura di impazzire; paura di morire. L’intensità dei sintomi porta spesso la persona a recarsi al Pronto Soccorso convinta di avere un infarto, un ictus o un’altra grave emergenza medica. Fortunatamente, dopo gli accertamenti, gli esami risultano nella maggior parte dei casi nella norma. Questo, però, raramente basta a tranquillizzare chi ha vissuto quell’esperienza. Perché il primo attacco di panico cambia tutto? Il primo episodio rappresenta spesso uno spartiacque. Prima di allora il corpo era percepito come qualcosa di affidabile. Dopo il panico, invece, ogni minima sensazione fisica può trasformarsi in un campanello d’allarme. Un normale aumento del battito dopo aver salito le scale. Un lieve capogiro dovuto alla stanchezza. Una sensazione di caldo. Un respiro leggermente più rapido. Tutto viene osservato con estrema attenzione. È come se il cervello avesse installato un sofisticato sistema di allarme sempre acceso. La paura della paura Uno dei concetti fondamentali della Psicoterapia Breve Strategica è quello della paura della paura. Dopo il primo attacco non è tanto il ricordo dell’episodio a mantenere il problema. È la paura che possa ripetersi. La persona inizia quindi a monitorare costantemente il proprio corpo. “Come batte il cuore?” “Sto respirando bene?” “Mi gira un po’ la testa…” Questo controllo continuo aumenta inevitabilmente la percezione delle normali variazioni fisiologiche. Più il corpo viene osservato, più ogni piccolo cambiamento sembra importante. Più sembra importante, più aumenta l’ansia. E più aumenta l’ansia, più aumentano i sintomi fisici. Il circolo vizioso è iniziato. Quando evitare sembra la scelta più sicura Dopo alcuni episodi molte persone iniziano a modificare profondamente la propria vita. Evitano: centri commerciali; autostrade; mezzi pubblici; cinema; teatri; ascensori; luoghi affollati; viaggi; tutte le situazioni in cui pensano sarebbe difficile ricevere aiuto. All’inizio questa strategia sembra funzionare. “Se non entro al supermercato, il panico non arriva.” “Se non prendo l’autostrada, mi sento tranquillo.” Ma, con il passare del tempo, il numero delle situazioni considerate pericolose aumenta. La vita si restringe progressivamente. Non è più la persona a scegliere cosa fare. È il panico a decidere. Le tentate soluzioni che mantengono il disturbo Secondo il modello della Psicoterapia Breve Strategica, il problema non è mantenuto soltanto dall’attacco di panico, ma soprattutto dai tentativi messi in atto per impedirne il ritorno. Le strategie più frequenti sono: evitare le situazioni temute; controllare continuamente il proprio corpo; uscire solo se accompagnati; portare sempre con sé farmaci “di sicurezza”; informarsi continuamente sui sintomi; chiedere rassicurazioni ai familiari; pianificare sempre una via di fuga. Questi comportamenti riducono temporaneamente l’ansia. Ma, nello stesso tempo, comunicano implicitamente al cervello un messaggio molto potente: “Da solo non ce la faccio.” Ed è proprio questa convinzione a mantenere vivo il disturbo. Perché il corpo sembra impazzire? Una delle paure più diffuse durante un attacco di panico è quella di avere una grave malattia. Molte persone sono convinte di essere sul punto di avere un infarto, un ictus o di perdere conoscenza. In realtà, durante un attacco di panico, il corpo mette in funzione un antico sistema di difesa: la risposta di attacco o fuga (fight or flight). Il cuore accelera per portare più sangue ai muscoli. Il respiro diventa più rapido. I muscoli si tendono. L’organismo si prepara ad affrontare un pericolo. Il problema è che questo sistema si attiva anche quando il pericolo non è realmente presente. Il corpo, quindi, non sta “impazzendo”: sta facendo esattamente ciò per cui è stato progettato. È il sistema di allarme che si è attivato nel momento sbagliato. Comprendere questo meccanismo aiuta molte persone a dare un significato diverso ai sintomi e a ridurre la paura che essi provocano. Perché gli attacchi di panico sembrano arrivare all’improvviso? Molte persone raccontano che il primo attacco sia comparso senza alcun motivo apparente. Osservando con attenzione la storia clinica, però, spesso emergono periodi caratterizzati da stress prolungato, cambiamenti importanti, responsabilità elevate o situazioni emotivamente impegnative. Questo non significa che esista una causa unica o facilmente individuabile. Significa piuttosto che il panico raramente nasce nel vuoto. Dopo il primo episodio, tuttavia, ciò che mantiene il problema non è tanto la situazione che lo ha preceduto, quanto la paura che possa ripetersi. È questa ansia anticipatoria che porta la persona a osservare continuamente il proprio corpo, a evitare determinate situazioni e a vivere con la costante preoccupazione di perdere il controllo. Come curare gli attacchi di panico con la Psicoterapia Breve Strategica La Psicoterapia Breve Strategica non si limita a spiegare perché si verifica il panico. L’obiettivo del trattamento è interrompere il funzionamento che mantiene il disturbo nel presente. Il lavoro terapeutico parte dall’analisi delle tentate soluzioni, cioè di tutti quei comportamenti messi in atto nel tentativo di evitare nuovi attacchi: l’evitamento, il controllo del corpo, la ricerca di rassicurazioni, il bisogno di sentirsi sempre al sicuro. Attraverso interventi strategici personalizzati, la persona viene gradualmente aiutata a modificare il proprio rapporto con la paura e con le sensazioni corporee. Il cambiamento non nasce dal convincersi razionalmente di non avere nulla. Nasce dall’esperienza concreta di poter affrontare ciò che prima sembrava insuperabile. Quando diminuisce la paura della paura, anche gli attacchi di panico perdono progressivamente