Perché ascoltare continuamente il proprio corpo aumenta l’ansia?

Perché ascoltare continuamente il proprio corpo aumenta l’ansia? “Sento il cuore che batte più forte.” “Il respiro mi sembra strano.” “Ho un leggero giramento di testa.” “Mi sento il petto un po’ stretto.” “Chissà se sta iniziando qualcosa.” Prestare attenzione al proprio corpo è normale. Ogni giorno percepiamo il battito cardiaco, il respiro, la temperatura, la tensione muscolare, la stanchezza e moltissime altre sensazioni. Il problema nasce quando questa attenzione diventa continua, intenzionale e finalizzata a controllare che tutto sia sotto controllo. La persona comincia a chiedersi: “Come sto?” E poi: “Il mio cuore batte normalmente?” “Sto respirando bene?” “Questa sensazione è normale?” “E se fosse l’inizio di un attacco di panico?” A quel punto ascoltare il corpo non è più semplicemente percepirlo. Diventa un vero e proprio monitoraggio. E proprio questo monitoraggio può contribuire ad aumentare l’ansia. La ricerca scientifica più recente conferma che l’ansia è associata, tra gli altri aspetti, a una maggiore attenzione negativa verso i segnali corporei e a una maggiore sensibilità e valutazione negativa delle sensazioni fisiche. Ma c’è un aspetto ancora più interessante. A volte non è la sensazione fisica a generare il problema. È il modo in cui iniziamo a controllarla. Quando ascoltare il corpo diventa controllarlo C’è una differenza importante tra sentire una sensazione e controllare una sensazione. Se saliamo rapidamente le scale, possiamo accorgerci che il cuore batte più velocemente. Lo notiamo e continuiamo quello che stavamo facendo. Se invece abbiamo già avuto un attacco di panico, la stessa sensazione può provocare una reazione completamente diversa. “Il cuore sta accelerando.” “Perché?” “È normale?” “E se fosse un attacco?” “Devo fermarmi.” L’attenzione si concentra sul battito. Più lo osserviamo, più siamo consapevoli delle sue variazioni. E più lo percepiamo, più aumenta la preoccupazione. A quel punto possiamo iniziare a controllare anche il respiro. Poi l’equilibrio. Poi la tensione muscolare. Poi la temperatura. Il corpo diventa una sorta di cruscotto che dobbiamo monitorare continuamente. Il problema è che più cerchiamo segnali di pericolo, più facilmente li troviamo. Il paradosso: per sentirti più sicuro, controlli sempre di più Questo meccanismo è particolarmente evidente negli attacchi di panico. Dopo aver vissuto un episodio molto intenso, la persona può iniziare a temere che si ripeta. Da quel momento, ogni sensazione corporea viene potenzialmente interpretata come un segnale. Un battito leggermente più veloce. Una respirazione più profonda. Una sensazione di calore. Un piccolo capogiro. Una tensione allo stomaco. Una sensazione di debolezza. Il controllo nasce con una finalità apparentemente logica: “Se mi accorgo subito dei primi segnali, potrò impedire che l’attacco inizi.” Ma è proprio qui che può instaurarsi il paradosso. Per controllare ciò che potrebbe accadere, la persona deve continuare ad ascoltare il proprio corpo. E più ascolta, più aumenta la quantità di informazioni corporee alle quali presta attenzione. Il controllo, quindi, non elimina necessariamente la paura. Può diventare ciò che la mantiene. Nel modello strategico di Giorgio Nardone, il controllo delle proprie reazioni fisiologiche è descritto proprio come una possibile tentata soluzione: concentrarsi su battito, respirazione ed equilibrio può alterare ulteriormente queste stesse funzioni, alimentando il circolo del “tentativo di controllo che fa perdere il controllo”. “Ma se sento qualcosa, non dovrei controllare?” Questa è una domanda importante. Naturalmente prestare attenzione a un sintomo fisico non è di per sé patologico. Se compare un sintomo nuovo, intenso o persistente, è corretto valutarlo dal punto di vista medico. Il problema di cui stiamo parlando è diverso. È il controllo ripetitivo e ansioso di sensazioni corporee già conosciute, finalizzato a verificare continuamente di non essere in pericolo. La differenza può essere sottile. Per esempio: “Ho il cuore accelerato.” È una semplice osservazione. Diverso è: “Ho il cuore accelerato. Devo controllare se sta aumentando. Ora batte ancora forte. E se fosse qualcosa di grave? Devo controllare di nuovo.” Nel secondo caso, l’attenzione non è più semplicemente rivolta al corpo. È diventata una strategia per cercare sicurezza. Il corpo diventa un “test” continuo Quando il monitoraggio diventa abituale, la persona può iniziare a verificare continuamente il proprio stato fisico. Può controllare: il battito cardiaco; la frequenza del respiro; la profondità delle inspirazioni; la sensazione di equilibrio; la tensione muscolare; la temperatura corporea; la presenza di formicolii; la sensazione di debolezza; eventuali sensazioni al petto o alla testa. In alcuni casi il controllo avviene anche attraverso strumenti esterni. Smartwatch. Misuratori. App. Ricerche su Internet. Controlli ripetuti. L’obiettivo è sentirsi più sicuri. Ma se la verifica diventa necessaria per riuscire a stare tranquilli, può trasformarsi in un’altra forma di dipendenza dalla sicurezza. La persona non pensa più: “Sto bene.” Pensa: “Sto bene perché ho controllato.” E questa differenza è fondamentale. Più cerchi segnali, più ne trovi Immagina di acquistare un’automobile nuova e di iniziare a chiederti continuamente se il motore produca qualche rumore anomalo. Dopo qualche minuto, comincerai a sentire rumori che prima non avevi mai notato. Non necessariamente perché l’auto abbia qualcosa che non funziona. Semplicemente perché hai spostato la tua attenzione su quei segnali. Con il corpo può accadere qualcosa di simile. Il nostro organismo produce continuamente una quantità enorme di sensazioni. La maggior parte passa inosservata. Quando però iniziamo a cercare sistematicamente segnali di pericolo, alcune di queste sensazioni diventano molto più salienti. La ricerca sull’enterocezione — cioè la percezione degli stati interni del corpo — mostra infatti un’associazione tra ansia e maggiore attenzione negativa ai segnali corporei. Una meta-analisi del 2024, che ha esaminato 71 studi, ha rilevato associazioni tra ansia e maggiore frequenza percepita, sensibilità e valutazione negativa dei segnali corporei. È importante però non semplificare eccessivamente il dato scientifico: non significa che chi soffre di ansia “senta meglio” il proprio corpo in senso assoluto. La ricerca sull’accuratezza interocettiva, infatti, mostra risultati più complessi e non ha trovato una relazione generale tra ansia e accuratezza nel percepire il battito cardiaco. Il punto clinicamente rilevante è soprattutto come vengono percepite e interpretate le sensazioni corporee e quanta attenzione viene loro dedicata. Quando una sensazione normale diventa un segnale di pericolo Una delle trasformazioni più importanti avviene nell’interpretazione. La persona non percepisce più semplicemente: “Il mio