Paura delle malattie: quando cercare sicurezza alimenta l’ansia

Donna preoccupata per la propria salute e timorosa di avere una malattia, sintomo dell’ipocondria

Paura delle malattie: quando cercare sicurezza alimenta l’ansia “Ho sentito qualcosa di strano. E se fosse una malattia?” “Il medico dice che non è nulla, ma siamo sicuri?” “E se gli esami non avessero rilevato qualcosa?” “Controllo ancora una volta, così mi tranquillizzo.” Avere paura di ammalarsi è un’esperienza comune. Quando compare un sintomo insolito o veniamo a conoscenza della malattia di una persona vicina, è naturale preoccuparsi. Il problema nasce quando la preoccupazione per la salute diventa persistente e porta la persona a controllare continuamente il proprio corpo, cercare informazioni, chiedere rassicurazioni, ripetere accertamenti oppure, al contrario, evitare visite e situazioni associate alla malattia. In questi casi la ricerca di sicurezza può trasformarsi in un vero e proprio circolo vizioso. È proprio questo uno degli aspetti centrali della prospettiva della Psicoterapia Breve Strategica: il problema non viene considerato soltanto in relazione alla paura iniziale, ma soprattutto attraverso il sistema di percezioni, reazioni e tentate soluzioni che contribuisce a mantenerlo. Che cosa significa avere paura delle malattie? La paura delle malattie può assumere forme diverse. In alcuni casi la persona è convinta, o teme fortemente, di avere già una malattia sulla base di sensazioni fisiche che interpreta come segnali patologici. In altri casi il timore riguarda soprattutto la possibilità futura di ammalarsi: “E se prima o poi mi venisse qualcosa di grave?” Questa seconda modalità può assumere la forma della patofobia o nosofobia: la paura è rivolta principalmente alla possibilità di contrarre una malattia, anche in assenza di sintomi significativi. La persona cerca quindi di prevenire l’eventualità temuta attraverso precauzioni, controlli ed evitamenti. Il quadro può essere quindi molto diverso da persona a persona. La paura può riguardare: una specifica malattia; il cuore o la possibilità di avere un infarto; il cancro; le infezioni; la possibilità di morire; le conseguenze di una determinata sensazione fisica; la possibilità di sviluppare una malattia in futuro. Una preoccupazione per la salute, di per sé, non indica necessariamente la presenza di un disturbo. Il problema nasce quando la ricerca di sicurezza diventa così intensa da finire per alimentare la paura stessa. Ipocondria: non tutte le persone hanno paura nello stesso modo Uno degli aspetti più interessanti dell’approccio strategico è proprio la distinzione tra differenti modalità di funzionamento della paura delle malattie. Nel volume La paura delle malattie, Alessandro Bartoletti e Giorgio Nardone descrivono diverse forme di funzionamento, tra cui una modalità fobica o evitante, una forma classica o mutaforme e una forma somatica o ossessiva. Nell’ipocondria fobica, per esempio, la paura è spesso molto specifica e porta soprattutto a evitare situazioni considerate rischiose. La persona può evitare ospedali, persone malate, determinati luoghi, viaggi, contatti fisici o altre situazioni ritenute potenzialmente pericolose. Nell’ipocondria classica, invece, la paura può essere più mutevole. Una malattia lascia spazio a un’altra. Un sintomo viene sostituito da un altro. Una rassicurazione viene seguita da un nuovo dubbio. La ricerca di diagnosi e rassicurazioni diventa così una delle modalità attraverso cui il problema continua ad alimentarsi. Nell’ipocondria somatica, infine, il problema è maggiormente centrato sulle sensazioni e sui disturbi fisici, che diventano oggetto di attenzione e preoccupazione. Queste differenze sono importanti perché, nell’ottica strategica, non si interviene sulla “teoria” del problema, ma sul suo concreto funzionamento. Il primo passo verso la trappola: “E se fosse qualcosa di grave?” Spesso tutto può iniziare da una sensazione reale. Un dolore. Un battito più veloce. Un formicolio. Un giramento di testa. Una stanchezza insolita. Una variazione nella respirazione. La sensazione viene percepita. Poi compare una domanda: “E se fosse qualcosa di grave?” La domanda, di per sé, non è assurda. Il problema è ciò che può accadere successivamente. La persona comincia a prestare maggiore attenzione al corpo. Controlla nuovamente la sensazione. Cerca informazioni. Confronta i sintomi. Chiede rassicurazioni. Forse prende un appuntamento dal medico. Riceve una risposta rassicurante. Per qualche tempo sta meglio. Poi compare una nuova sensazione. E il ciclo ricomincia. È proprio la combinazione tra percezione, reazione e tentate soluzioni a diventare progressivamente il problema. Il corpo diventa qualcosa da controllare Una delle tentate soluzioni più frequenti è il controllo del corpo. La persona può iniziare a chiedersi continuamente: “Il cuore batte normalmente?” “Ho ancora questo dolore?” “Il linfonodo è aumentato?” “La temperatura è normale?” “Respiro bene?” “Questa sensazione c’era anche ieri?” Il corpo, che normalmente funziona in gran parte senza bisogno di essere monitorato consapevolmente, diventa così un oggetto da sorvegliare. Il problema è che il controllo non produce necessariamente maggiore sicurezza. Al contrario, più la persona cerca anomalie, più facilmente può accorgersi delle normali variazioni fisiologiche che fanno parte del funzionamento del corpo. E una volta individuata una sensazione, questa può diventare il punto di partenza per un nuovo dubbio. Il controllo, quindi, che inizialmente nasce per ridurre la paura, può finire per mantenerla. “Mi tranquillizzo solo se qualcuno mi rassicura” Un’altra tentata soluzione particolarmente importante è la ricerca di rassicurazioni. “Secondo te è normale?” “Tu cosa ne pensi?” “Il medico ha detto che non è nulla, ma sei sicuro?” “Guarda anche tu questo sintomo.” La rassicurazione produce spesso un effetto immediato. L’ansia diminuisce. La persona tira un sospiro di sollievo. Ma il problema è che quel sollievo può insegnare implicitamente alla persona qualcosa di molto pericoloso: “Per stare tranquillo ho bisogno che qualcuno mi rassicuri.” Così, alla comparsa del dubbio successivo, la persona torna a cercare una conferma. E quando la rassicurazione arriva, dura magari meno della precedente. Serve una nuova conferma. Poi un’altra. Nel tempo, la rassicurazione può trasformarsi da soluzione occasionale a necessità. Il Dr. Google: quando cercare informazioni diventa una compulsione Oggi esiste un’altra fonte di rassicurazione praticamente inesauribile: Internet. Un sintomo compare. Si apre Google. Si cerca: “dolore al petto cause” “formicolio mano sinistra tumore” “mal di testa continuo cosa significa” Si leggono articoli. Forum. Testimonianze. Esperienze di altre persone. Per qualche minuto sembra di aver trovato la spiegazione. Poi compare un’informazione diversa. Un sintomo non coincide perfettamente. Una persona racconta un’esperienza preoccupante. Compare un nuovo dubbio. E la ricerca riparte. La ricerca di informazioni può quindi trasformarsi in una continua ricerca di certezza. Ma più informazioni vengono cercate, più possono comparire nuove possibilità da verificare.