Paura di svenire: quando il timore di perdere i sensi alimenta il panico

Persona preoccupata dalla sensazione di poter svenire, mentre controlla il proprio corpo in una situazione quotidiana.

Paura di svenire: quando il timore di perdere i sensi alimenta il panico “E se svenissi?” Per alcune persone questa domanda può diventare molto più di una semplice preoccupazione. Può comparire mentre sono in fila al supermercato, durante una riunione, in metropolitana, al ristorante, mentre guidano oppure semplicemente quando avvertono un leggero giramento di testa. La sensazione può essere improvvisa: “Mi sento strano.” “Mi gira la testa.” “Le gambe non mi reggono.” “Sto per svenire.” A quel punto la persona cerca immediatamente di impedire che accada. Controlla il respiro. Si muove. Si siede. Cerca aria. Controlla il battito. Si concentra sulle gambe. Chiede aiuto. Cerca qualcuno che possa intervenire. E spesso, proprio nel tentativo di evitare lo svenimento, la sensazione aumenta. Questo apparente paradosso è particolarmente importante nell’ottica della Psicoterapia Breve Strategica. Paura di svenire e paura di avere un attacco di panico La paura di svenire può comparire all’interno di un attacco di panico oppure diventare progressivamente il timore principale che la persona cerca di evitare. Durante un attacco di panico possono infatti comparire vertigini, sensazione di instabilità, stordimento o sensazione di poter svenire. Queste sensazioni fanno parte della sintomatologia che può accompagnare un attacco di panico. Per chi le sperimenta, però, la distinzione tra: “Mi sento come se stessi per svenire” e “Sto davvero per perdere conoscenza” può diventare molto difficile. Ed è proprio qui che può iniziare il circolo vizioso. La persona avverte una sensazione. La interpreta come un segnale di pericolo. Cerca di impedirne l’evoluzione. Le azioni di controllo modificano ulteriormente le sensazioni corporee. Queste nuove sensazioni vengono interpretate come conferma del pericolo. E la paura aumenta. La domanda che alimenta il problema: “Come faccio a non svenire?” Quando una persona teme di svenire, la reazione più spontanea è cercare di impedirlo. È perfettamente comprensibile. Se penso che sto per perdere i sensi, cercherò istintivamente di controllare il mio corpo. Posso irrigidire le gambe. Muovermi. Cambiare posizione. Controllare il respiro. Fare respiri profondi. Cercare aria. Bere. Controllare continuamente se la sensazione sta passando. Questi comportamenti sembrano protettivi. Ma possono trasformarsi in tentate soluzioni, cioè in modalità attraverso cui la persona cerca di risolvere il problema e che, paradossalmente, finiscono per mantenerlo. Nel modello strategico, infatti, non è sufficiente chiedersi: “Da dove nasce la paura di svenire?” È fondamentale chiedersi: “Che cosa fa la persona quando ha paura di svenire?” È spesso nella risposta a questa domanda che si trova la chiave del problema. Il controllo del respiro può aumentare la sensazione di pericolo Questo è un passaggio particolarmente importante per comprendere il funzionamento della paura di svenire. Una persona che teme di perdere i sensi può iniziare a respirare in modo volontariamente più profondo, pensando: “Devo far arrivare più ossigeno al cervello.” Oppure: “Devo respirare bene, altrimenti svengo.” Nel libro Senza fiato. Il panico da fame d’aria e la sua cura, Giorgio Nardone descrive proprio questo tipo di meccanismo: nel tentativo di contrastare la sensazione di pericolo respiratorio, la persona può modificare compulsivamente il proprio respiro, arrivando ad alimentare sensazioni come affanno, tachicardia e giramenti di testa. Il punto strategico è quindi particolarmente controintuitivo: il tentativo di respirare meglio può diventare parte del problema. Non perché respirare sia pericoloso, naturalmente, ma perché trasformare la respirazione in qualcosa da controllare continuamente può alterarne il funzionamento spontaneo. La persona entra così in una situazione paradossale: ha paura di svenire → controlla il respiro per evitarlo → percepisce nuove sensazioni → interpreta le sensazioni come segnali di svenimento → aumenta il controllo. E il circolo ricomincia. “Se mi gira la testa, significa che sto per svenire” Un altro elemento fondamentale è il significato attribuito alle sensazioni corporee. Un leggero giramento di testa può essere interpretato semplicemente come: “Mi gira un po’ la testa.” Quando però esiste già la paura di svenire, la stessa sensazione può diventare: “Ecco, sta succedendo.” La persona comincia allora a monitorare ogni variazione: la testa sembra più leggera; le gambe sembrano più deboli; il cuore sembra battere diversamente; la vista sembra leggermente modificata; il respiro sembra meno naturale. La normale variabilità delle sensazioni corporee viene così trasformata in un sistema di segnali da interpretare. Più la persona controlla, più informazioni trova. Più informazioni trova, più deve interpretarle. Più interpreta, più aumenta l’attenzione sul corpo. E più attenzione dedica al corpo, più facilmente nota nuove sensazioni. È una forma di ipercontrollo corporeo. Il paradosso del controllo Nella Terapia Breve Strategica questo meccanismo può essere letto attraverso uno dei concetti centrali del modello: il controllo che fa perdere il controllo. Quando una funzione fisiologica normalmente automatica viene sottoposta a un controllo volontario continuo, può diventare progressivamente più difficile lasciarla funzionare spontaneamente. Questo vale in particolare per funzioni come respirazione, deglutizione o equilibrio, che normalmente non richiedono un monitoraggio cosciente costante. La persona pensa: “Devo controllare il mio corpo per essere sicuro di non svenire.” Ma proprio questo controllo aumenta l’attenzione sulle sensazioni corporee. E l’attenzione aumenta la percezione di ogni minima variazione. Il corpo diventa quindi una sorta di sistema di allarme da sorvegliare continuamente. “E se succedesse proprio quando sono da solo?” La paura di svenire raramente rimane confinata alla sensazione fisica. Può estendersi alle conseguenze immaginate: “E se svengo mentre sono da solo?” “E se nessuno mi aiuta?” “E se svengo mentre guido?” “E se succede in mezzo alla gente?” “E se faccio una figuraccia?” “E se perdo completamente il controllo?” A questo punto la paura non riguarda più soltanto lo svenimento. Riguarda tutto ciò che potrebbe accadere se si verificasse. La persona può quindi iniziare a evitare alcune situazioni oppure ad affrontarle soltanto accompagnata. Può scegliere posti vicini all’uscita. Può portare con sé acqua, farmaci o altri oggetti considerati rassicuranti. Può controllare continuamente dove si trova il luogo più vicino in cui sedersi. Può chiedere a qualcuno di accompagnarla. Può evitare di allontanarsi da casa. Queste strategie possono produrre sicurezza nell’immediato. Ma possono anche insegnare alla persona: “Da solo non sono al sicuro.” Ed è proprio questa convinzione che può progressivamente restringere la vita. Evitamento e richiesta di aiuto: quando la sicurezza diventa una gabbia